A scuola tutti connessi e poi? Ma siamo sicuri che la scuola stia tutelando la salute dei bambini e ragazzi?

Da settimane gli alunni, di ogni ordine e grado, sono rinchiusi in casa e non si recano più a scuola e sarà così, sicuramente, fino all’inizio del prossimo anno scolastico. La giusta decisione presa dal Governo è stata dettata per motivi di salute ma siamo proprio sicuri che quello che la scuola sta proponendo ai suoi alunni (forse spinti da molti genitori) tuteli davvero la loro salute? Certamente insegnare ed apprendere a distanza, in una situazione di quarantena totale come l’attuale, è un’esperienza del tutto nuova. Mi sembra, però, che si stiano, da più parti, buttando alla rinfusa idee e proposte che non sono in linea con le caratteristiche evolutive degli alunni e la loro attuale situazione emotiva e psicologica che li sta attraversando e forse cambiando. In questi concitati giorni si stanno facendo parlare tutti tranne chi è esperto di educazione e apprendimento. Eppure si parla di scuola e la scuola è una cosa seria. Stiamo piazzando per ore bambini e ragazzi davanti a dispositivi digitali che prima che arrivasse la pandemia tutti noi, esperti di educazione, ne sottolineavamo il pericolo e il rischio che questi hanno, soprattutto nei bambini. Mi sembra che questo videolezionismo sia esagerato. Bisognerebbe che gli insegnanti e i genitori se ne rendessero conto. La videolezione, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria, è faticosissima. L’apprendimento è una cosa seria e implica un insieme di competenze cognitive e relazionali che in questi ambiti virtuali si perdono. Nella situazione di emergenza che stiamo vivendo, è di fondamentale importanza capire che dare priorità alla didattica è un grave errore. La didattica va contestualizzata. Non possiamo immobilizzare un bambino per diverse ore al giorno davanti ad un computer. La didattica digitale, dal punto di vista pedagogico, è importante e interessante ma una conversione totale e improvvisata fa danni irreversibili; siccome tale didattica non può colmare l’assenza dei bambini in classe, va pensata in modo tale che questa accompagni quella tradizionale.

Ma quali sono i problemi principali di questo nuovo modo di operare?
Molti studenti riportano la difficoltà a rimanere concentrati davanti ad uno schermo mentre si trovano da soli, magari nella loro stanza o comunque nel loro ambiente familiare che non è la propria aula di scuola. Come docente, posso confermare questa problematicità infatti, parlare davanti ad uno schermo, con il timore che intanto sia caduta la connessione e stai parlando da mezz’ora da solo… solo questo pensiero ti porta a distrarti, a procedere a scatti, a chiedere continuamente: “Ci siete? Tutto bene? Mi sentite? Siete ancora lì?” Tutto questo, in parte, è dovuto alla nostra scarsa dimestichezza con la didattica a distanza. Ma credo che vi sia un elemento molto importante da non trascurare: ci manca la dimensione non verbale (contatto oculare, gesti, prossemica, mimica, ecc.): questa non solo rappresenta il 90% della comunicazione ma, soprattutto, determina in che modo dobbiamo recepire la comunicazione verbale. Ad esempio, la frase “Hai fatto proprio un bel lavoro, oggi!”: potrebbe essere un rimprovero, un’espressione sarcastica o un complimento; tutto dipende dal tono con cui è stata pronunciata, dalla mimica, ecc.
Un altro aspetto rilevante da non dimenticare che scaturisce dall’uso della tecnologia è che l’eccessiva permanenza davanti ad uno schermo determina dipendenza e sviluppa un comportamento aggressivo e/o passivo a seconda dell’alunno.
Per non pensare poi, a volte, alle assurde pretese dei genitori su che cosa deve avere una didattica a distanza per potersi dire ben fatta e a misura di bambini e ragazzi.
Primo, non si deve mai partire dalla tecnologia ma da un’analisi di cosa si vuole fare e cosa è “importante” fare. Il problema è che in molte scuole accade il contrario, si adotta una piattaforma e si adatta la didattica ai vincoli della piattaforma. Altra regola importantissima bisogna rendere “calda” la tecnologia. Bambini e adolescenti sono abituati a usare la tecnologia per comunicare, quindi veniamo loro incontro facendo altrettanto e non facendogli fare attività che potrebbero fare con carta e penna. Non è importante usare tutte le funzionalità offerte dagli strumenti tecnologici ma bisogna, soprattutto, usare quelle che possono far sentire la vicinanza agli studenti, la loro presenza come, ad esempio, tramite dei video registrati dall’insegnante con la propria voce.
Proseguire la didattica caricando solo schede e/o slide porta, inevitabilmente, gli studenti a perdere motivazione e a sentire insegnanti e docenti distanti. La scuola dovrebbe continuare ad occuparsi dello sviluppo integrale dei propri alunni e non solo di inviare loro i compiti.
Le nostre uniche preoccupazione sono relative alla didattica, ai programmi che potrebbero rimanere indietro e come poter valutare i nostri ragazzi, come se questi fossero i principali problemi in tempo di pandemia. Preoccupazioni inutili che ci fanno perdere di vista i veri problemi dei nostri ragazzi che stanno vivendo momenti di forte isolamento e di forte rottura della loro “normale vita” e tutto questo crea in loro ansie e paure. Bisogna domandarsi, allora, quali sono i reali bisogni dei nostri alunni e figli e quali le priorità a cui dobbiamo fare attenzione. Innanzitutto dobbiamo ridurre loro il carico di cose da fare: poche cose ma veicolate con calma, ripetute, riflettute e condivise senza farci prendere dall’ansia di fare tutto e controllare tutto, altrimenti impazziamo! Partiamo dal proporgli esperienze pratiche da fare come ad esempio una ricetta da sperimentare in cucina, un’intervista al nonno, imparare a giocare a scacchi o a curare i fiori in balcone. Queste si chiamano competenze: le materie messe in situazione. Vere e proprie esperienze costruttive dalle quali apprendere molto di più che stare per ore davanti ad una piattaforma a fare una scuola che non serve a niente, e in modo tale da non ricevere danni psicologici a cui sarà difficile poter rimediare una volta passata l’emergenza. Dobbiamo tener presente che tutti gli studi sulla psicologia evolutiva, dell’educazione e della pedagogia, non sono svaniti con l’arrivo del virus ma sono e rimangono ancora validi. Tutto questo ci deve far riflette sul fatto che oltre a proteggere la salute dei nostri figli dal virus li dobbiamo proteggere anche da altri, altrettanto, pericolosi virus.